Tutti odiano la Giornata Internazionale Contro la Violenza sulle Donne.
Chi lotta ogni giorno contro questo fenomeno non sopporta la sporadica solidarietà di chi ci pensa una volta l’anno, nonché le forzate e banali analisi che ne derivano, la vittimizzazione delle donne, le campagne puerili. Chi la subisce passivamente è bombardato da volti di donne tristi e ammaccate, da piazze che elencano nomi di vittime, e non può fare a meno di sperare che questa giornata finisca presto. Per non parlare poi di chi la violenza la subisce o l’ha subita e si vede circondata da tanta ipocrisia.
Le giornate simboliche mostrano sempre due facce della stessa medaglia creando spesso una situazione ambigua, nell’imbarazzo tra il dire e il non dire.
Lo scopo dell’iniziativa Non SOLAmente una storia era quello di porsi in questa contraddizione, cercando di andare oltre la spersonalizzazione statistica di questo fenomeno, oltre la vittimizzazione delle donne che l’hanno subito dando forma, corpo, nome e spazio, alle donne e alle loro esperienze, tutte realmente accadute qui, dietro casa, nel paese vicino. Tutte storie che ci riguardano. Quest’anno le sagome di cartone, rese persona e testimonianza da otto artist*, sono state ospitate dalla ‘Gelateria Il Piacere’ di Schio per quattro giorni e hanno occupato lo spazio fisico di una persona. Ogni sagoma era accompagnata dalla propria storia e da alcuni fogli dove chi sedeva al tavolo con lei poteva esprimere e lasciare impressa una sensazione, un pensiero o commento.
La risposta di chi veniva a contatto con le sagome è stata diversificata: chi si è interessato a loro e ha letto la loro storia, chi non si è accontentato di conoscerne solo una e chi ha lasciato un pensiero per iscritto. Altr* invece hanno reagito con paura, rifiuto, allontanando la sagoma dalla vista, non sedendosi al suo fianco, addirittura nascondendola, perché “mi mette ansia”. Spesso queste persone erano donne, o giovani ragazze.
La violenza sulle donne quando non è totalmente oscurata è trattata come un fenomeno terribile sì, ma frutto di un momento di ‘furore’, di un amore troppo passionale, di scatti d’ira isolati da parte di uomini portati allo stremo, frustrati da donne assillanti, inadeguate, voluttuose, istigatrici o dalla sessualità promiscua. Questo modo di trattare la violenza sulle donne non fa che intensificarla ed è parte integrante del problema, in quanto ne ignora deliberatamente la causa che è ben più ampia e radicata. La cultura dello stupro e il sessismo, che sono parte integrante della società in cui viviamo, non possono essere ignorati né messi a tacere.
Finché permarrà la concezione della donna complementare all’uomo, madre per forza, fragile e relegata a ruoli di genere definiti, dalla sessualità inesistente o al limite pura e morigerata, sempre che il suo corpo non sia al servizio di uno scopo economico, la violenza di genere rimarrà un fenomeno capillare. E’ necessario agire alla base del problema, sdoganando questi ruoli prestabiliti, lottando per un’uguaglianza reale economica e sociale, per liberare entrambi i sessi da un sistema opprimente e ingannatore che inibisce l’autodeterminazione e crea meccanismi di controllo e sottomissione.
