Il treno è affollato come ogni mattina e come ogni mattina non riesco a trovare posto. Mi sistemo come meglio posso nella ressa. Sono le sette e un quarto, sto andando all’università e non ho voglia di parlare con nessuno. Ancora intorpidita dal sonno mi preparo a un viaggio snervante in piedi lungo il corridoio del treno, stipata tra decine di pendolari come me. All’improvviso sento che qualcosa mi tocca. Più precisamente sento una mano sul mio culo. Mi giro di scatto ma dietro di me c’è solo un signore che manda sms. Penso che forse me lo sono immaginato, penso che sto dormendo in piedi, ma dopo cinque minuti succede di nuovo. È proprio quel signore.
Esamino le opzioni: fare finta di niente? Spostarmi un po’ più in là? Girarmi e iniziare a urlare? Pestargli un piede? Mi passano per la testa tutte le possibilità. Sento una grande rabbia montare. Sento che potrei voltarmi e prenderlo a pugni in faccia. Invece dico solo “permesso”, e mi sposto in un altro vagone. Respiro a fondo e mi sento triste: per non aver detto niente, per aver lasciato che uno sconosciuto si divertisse a palparmi il culo nell’indifferenza generale, per aver lasciato che la vergogna parlasse per me. Avrei dovuto comportarmi diversamente?

